Cripta di Santa Margherita

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La cripta di Santa Margherita è una chiesa rupestre scavata nella roccia vulcanica e interamente affrescata. Si trova lungo il pendìo del “Toppo Sant’Agata”, un cono vulcanico laterale del Vulture intitolato all’antica martire romano-bizantina protettrice dei fonditori. La produzione di bronzo vedeva a Melfi la presenza di atelier molto accorsati come quello di Rogerio, che fuse le preziose porte del mausoleo di Boemondo a Canosa.

Attraverso un’apertura con arco a sesto acuto si entra nella camera principale, suddivisa in due volte a crociera in stile gotico. Dalla “navata” si dipartono quattro cappelle laterali con la volta a botte e una celletta accessibile attraverso uno stretto passaggio. Sono anche presenti due altari e due sedili in pietra addossati alle pareti. Un primo utilizzo della grotta potrebbe risalire a un cenobio o a una lavra basiliana e anche l’iconografia richiama culti orientali, ma l’architettura definitiva e lo stile delle raffigurazioni risentono invece dell’influenza gotica, a testimoniare il coacervo di differenti culture che l’area del Vulture rappresentò durante tutto il Medioevo. La tecnica realizzativa è quella tipica dell’affresco, realizzata su uno strato di intonaco a calce bianca, a differenza di altre testimonianze rupestri coeve, dove il colore era applicato su uno strato di fango scuro.

Nella parete di fondo, una sorta di abside, è raffigurata l’immagine di Santa Margherita d’Antiochia al centro di numerosi riquadri che ne raccontano il martirio. La vita della Santa, simile a quella di Sant’Agata, è indicata come testimonianza della castità contro le tentazioni terrene e di fermezza della fede contro le violenze sulle donne. Il culto proviene dall’Oriente bizantino al seguito dei monaci fuggiti dalle persecuzioni iconoclaste ed è proposto alla venerazione come protettrice delle partorienti.

La Santa è raffigurata in una veste di foggia nordica e occidentale, probabilmente gotica, a testimonianza dell’eclettismo delle arti figurative nel periodo svevo e angioino, al quale va fatta risalire la decorazione della cripta. Anche la presenza dei pannelli descrittivi del martirio è tipico di una cultura divulgativa propria del tardo Medioevo nordico-occidentale, in cui la narrazione dell’evento prevale sulla rappresentazione del protagonista.

L’abside è separata dal corpo centrale della navata mediante un grande arco moresco, lungo il quale sono raffigurati gli animali simbolici dei Santi evangelisti all’interno di cerchi: il bue, l’aquila, l’angelo e il leone. Sui lati sono invece individuabili San Nicola vescovo, altro culto di provenienza orientale, San Pietro e San Paolo riconoscibili dalle iscrizioni con i loro nomi. Di provenienza orientale sono anche le figure di Santa Lucia e Santa Caterina d’Alessandria visibili sulla sinistra e confermate dalle iscrizioni, nonché quelle di San Lorenzo, Santo Stefano e Sant’Andrea, sulla destra, rappresentati nel loro martirio: la graticola, la croce divaricata, le asce.

La cappella laterale sinistra è dedicata all’Arcangelo Michele, il cui culto dall’Anatolia bizantina (Conae) si è diffuso con grande rapidità e successo tra le popolazioni slave e quelle barbariche occidentali, anche grazie alle suggestioni di divinità combattente che richiama. In particolare i Longobardi ne hanno fatto il principale oggetto di venerazione dopo la conquista del Santuario sul Gargano, importante meta dei pellegrinaggi medievali. Il culto si è poi trasferito ai Normanni ed è rimasto centrale in tutto il Medioevo, tanto che perfino una presenza tipica del monachesimo occidentale come l’abbazia benedettina di Sant’Ippolito ai laghi di Monticchio ha convissuto con il culto della grotta dell’Arcangelo, a strapiombo sui due specchi d’acqua.

La cappella è riccamente affrescata: oltre all’Arcangelo vede rappresentati San Giovanni Battista, Santa Margherita e, sulla parete opposta, San Giovanni Evangelista e una Madonna con Bambino. Tutti sembrano indicare il Cristo pantocratore assiso su un trono rosso, colore regale, sorretto dagli angeli.

Ma l’affresco principale di questa cappella è il cosiddetto “monito dei morti ai vivi”. La raffigurazione allegorica, probabilmente la più antica in Italia, proviene da culture religiose orientali non necessariamente di derivazione cristiana, come il Buddismo e il Sufismo islamico di matrice persiana. Si è diffusa in occidente in epoca tardo medievale, nella classica rappresentazione dei tre cavalieri che incontrano tre morti, presente anche in altre raffigurazioni come quella di Montefiascone o del duomo di Atri, in Abruzzo, o in letteratura nell’opera del trovatore Baudouin de Condé: “Dict des trois morts er des trois vifs”, del 1275. Il soggetto si intreccia anche con l’antico uso pagano del memento mori (ricordati che devi morire): la frase pronunciata durante i trionfi nell’antica Roma, tradizionalmente e con insistenza da un umile servo all’orecchio del generale vittorioso, allo scopo di ridimensionarne la presunzione e il senso di onnipotenza. Non è da escludere che la tradizione sia però giunta in Italia proprio grazie ai frequenti contatti del Meridione con l’Oriente, dapprima tramite i bizantini, poi i normanni, i francescani e infine le crociate, diffondendosi successivamente nel nord Europa.

Secondo il prof. Lello Capaldo, i personaggi viventi a confronto con gli scheletri, vestiti da falconieri, rappresentano Federico II e la sua famiglia: la moglie Isabella d’Inghilterra e il figlio Corrado. Si tratterebbe di uno dei pochissimi ritratti dell’imperatore e probabilmente l’unico a lui coevo e, quindi, di attendibile raffigurazione. Secondo lo studioso, infatti, l’opera sarebbe databile tra il 1240 e il 1250 per la presenza dell’arco moresco il cui uso fu abbandonato in età angioina e si tratta dell’unico caso in cui la terna di personaggi è costituita da un uomo, una donna e un ragazzo: il primo fulvo, la seconda bionda con gli occhi cerulei. Anche la presenza del giglio rappresenterebbe in questo contesto un simbolo araldico imperiale, non limitato ai soli angioini.

Nella volta della cappelletta di sinistra è raffigurata Sant’Orsola: stavolta un culto nordico, nella tradizionale effigie con lo stendardo bianco crociato. La bellissima Ursula, a capo di undicimila vergini, al termine di un pellegrinaggio sarebbe stata trucidata a Colonia da Attila, di cui avrebbe respinto le avances. Il culto contiene forse riferimenti al mito pagano della dea Freja, detta Ursula, che accoglieva le vergini defunte nell’aldilà.